• Luca Maltinti Guidi

E se un giorno mi svegliassi?

di Luca Maltinti Guidi


Ho passato un'altra notte insonne, non distinguo più la luce dell'alba dal crepuscolo del tramonto. La bianca signora stende la sua mano di alabastro sulla vallata, facendo brillare l'acqua del lago che sta giù nella piana. E' un bel posto dove ritirarsi e riflettere. La mia casetta è sul margine del bosco degli abeti, con le fronde che ne sfiorano il tetto di ardesia. Siamo in autunno, la stagione che tinge di marrone, di rosso, di ocra e di rame tutto ciò che tocca. L'aria del mattino è fredda e pungente, c'è silenzio ovunque, se non fosse per il cinguettìo squillante degli uccellini che presto se ne andranno.


Sono venuto ad abitare quassù circa otto mesi fa. Prima abitavo in città. Una persona ordinaria, indaffarata, sempre a correre qua e là cercando di guadagnarsi il pane da mangiare la sera. Un giorno, qualcosa dentro di me si ruppe. Sto ancora aspettando che accada qualcosa, che la crepa si rimargini. Una volta lessi di una tradizione giapponese chiamata "kintsugi", che consiste nel riempire le crepe dei vasi e delle ceramiche che si deteriorano, con l'oro. In questo modo, dall'imperfezione della ferita, si raggiunge una forma più alta di perfezione estetica ed interiore.


La verità è che non sopportavo più quella vita. Sveglia alle 07.00. Caffè. Camicia, cravatta, pantaloni e giacca. Autobus. Metro. Ufficio alle 08.00. Timbrare il cartellino. Pranzo alle 13.00. Un toast. Rietro alle 15.00. Fine turno alle 19.00. Metro. Autobus. Arrivo a casa alle 20.30. Cena. Divano. Letto. Sonno.


Morte!


Mi svegliavo la mattina e pregavo di non essere sveglio. La sera mi addormentavo e pregavo di non svegliarmi. Un gioco lento e triste fatto di "se" e di "ma", di aspettative deluse, di ferite ancora aperte. Del nulla consapevole.


Un giorno stavo attraversando l'incrocio della strada per arrivare nell'ufficio dove lavoravo. Per un attimo la vidi: una ragazza con un abito rosso, le scarpette di vernice rossa. Attraversava la strada nella direzione opposta alla mia, all'altro capo dell'incrocio. Mi paralizzai. Mi sembrò di non aver mai visto niente di così bello in vita mia. Pelle chiara come la neve, occhi chiari brillanti ed i capelli color rame delle foglie d'autunno. Per un attimo, rallentai sulle strisce pedonali. Lei fece altrettanto, guardò a sinistra, poi a destra, e mi fissò. Mi sembrò che nessuno prima di allora mi avesse mai visto. Ma lei si. Era lì, a pochi metri da me, e quello sguardo per me divenne più prezioso del cielo e delle stelle. Più fulgido del sole e più bello della luna circondata da tenere nuvole. Chissà se l'avrei più rivista.


Quello fu l'unico momento della mia vita in cui mi sentii vivo. Tornai a casa quella sera e bevvi un bicchiere di vino. Guardai un film e mi addormentai sospirando. Sperando. Per la prima volta sognai. Sognai come i bambini sognano il natale. Sognai lei.


Il giorno seguente mi svegliai insolitamente felice. Mi concessi il lusso di accendere la televisione e guardare il telegiornale del mattino, mentre bevevo il caffè. Che buono il profumo del caffè, non ci avevo mai fatto caso prima di allora. Mi smebrava di essere sveglio dopo un sonno durato secoli. E fu allora che l'essere sveglio, si tramutò in angoscia.


"Tragico ritrovamento all'alba da parte delle forze dell'ordine. Giovane donna trovata strangolata e gettata ai lati della strada. La vittima, di cui non si conosce l'identità, indossava solo un abito rosso e scarpette di vernice rossa. Chiunque fosse in possesso di informazioni sull'identià della ragazza, è pregato di rivolgersi alla polizia."


Mi ero appena svegliato e già volevo tornare nel buio da cui provenivo. Fu l'ultima volta che sentii il profumo del caffè. Fu l'ultima volta che mi recai in ufficio. Fu l'ultima volta che indossai camicia, cravatta, pantaloni e giacca. Fu l'ultima volta che dormii come si deve.


Me ne andai per non tornare più. Continuando a speare che, dovunque mi trovassi, non mi sarei mai più svegliato.




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